martedì 29 novembre 2016

Non è un Paese per architetti_8

Edificazioni non sempre edificanti


“ Il sistema più sicuro e rodato per vincere gli appalti è quello di redigere –grazie alla complicità degli amministratori- un bando di gara che assicuri a un’impresa di vincere”, si legge nell’interessante libro di Michele Corradino (braccio destro di Cantone), che  chiarisce scientificamente quanto, purtroppo, avevamo già, empiricamente , capito: il malaffare negli appalti dipende dai “bandi fotografia” che, con tecnica sartoriale, vengono costruiti a misura dell’impresa (o professionista) che si vuole fare vincere. 
Manca poco che scrivano “alto, biondo, con gli occhi azzurri, un neo sul naso, meglio se si chiama Giovanni”.

Oppure, se il concorso è aperto a tutti e anonimo, è prassi nascondere nel progetto una traccia che solo chi sa riconosce. Poi c’è chi esagera, come nel concorso per la ristrutturazione generale di una celeberrima villa del nord di Milano che doveva diventare la sede di una celeberrima e chiacchierata istituzione pubblica, dove i vincitori avevano già scritto nel progetto: ufficio del governatore F.R., dando così il dovuto risalto ad un fatto secondario per tutti gli altri partecipanti, che infatti hanno perso.

Comunque, anche in questo campo, gli antichi ci insegnano: parliamo del bando di concorso per la progettazione del gran teatro la Fenice di Venezia, pubblicato il primo novembre  del 1789, anno fatale, come già sappiamo, anche per gli architetti.
In quel caso, la “disinvoltura” nei confronti delle norme e della prassi, nacque ancora prima del concorso di progettazione che, a fare i pignoli, non si sarebbe neanche potuto indire.

Infatti, per costruire un nuovo teatro, c’era da superare l’ostacolo legislativo che ne proibiva la costruzione di nuovi, già dal  1756: ben piccolo ostacolo per una cordata di tycoon come la “Nobile Società”, composta dal fior fiore  del patriziato e della borghesia veneziana.
Quindi, come superare il problema? Con una supplica presentata al Consiglio dei X, e approvata, misericordiosamente, in giornata.

Nello stesso modo furono superati i problemi degli espropri degli edifici da abbattere e dell’approvvigionamento delle somme necessarie per la costruzione.
“Ostacoli giganteschi superati venner tosto dal potere e dall’oro”, scrive Francesco Caffi nel suo libro “Storia della musica teatrale a Venezia”.
Al bando di concorso risposero in ventinove ma, ancora prima che scadessero i termini, l’ambiente cittadino era sommosso dalle dicerie (Dagospia in laguna), che indicavano Giannantonio Selva come il vincitore.

In effetti Giannantonio Selva vinse e, ovviamente, il secondo classificato, Pietro Bianchi, intentò causa alla  Società, contestandone la decisione perché, secondo lui, il suo progetto era quello che meglio rispondeva alle richieste del bando.
Come finì è noto: al Bianchi fu assegnato il premio di 300 zecchini, mentre Giannantonio Selva costruì La Fenice.

Vicenda non edificante ma edificatoria

mercoledì 2 novembre 2016


L’estetica del Commissario


Il Commissario sarebbe Maigret, innanzitutto, subito dopo Montalbano.
E poi, per i più colti, il dottor Francesco Ingravallo, comandato alla Mobile, quello che : “La raccomandazione burocratica poté assumere quel tono, e, più, quel carattere duramente ingiuntivo o addirittura imperatorio che solo si addiceva agli "homines consulares", agli "homines praetorii" del neo-impero in cottura. Chi è certo d'aver ragione a forza, nemmeno dubito d'aver torto in diritto. Chi si riconosce genio, e faro alle genti, non sospetta d'essere moccolo male moribondo, o quadrupede ciuco.”

Che sembra detto apposta per il Commissario-commissario, quello che lo Stato mette per superare le leggi che lo Stato stesso ha scritto e che impediscono le cose, il “fare”.
Il Commissario si fa per Decreto, e poi convertito, e può essere prefetto o generale o grand commis in pensione.
Il Commissario è un mestiere a tempo, per superare l’urgenza, da cui si dovrebbe dedurre (cataclismi a parte) che la legge così com’è non funziona e quindi correggerla, viceversa non servirebbe il Commissario a tempo, per Decreto e convertito.
E convertiti sono davvero i parlamentari che approvano il Commissario che deve disapplicare la legge che loro stessi hanno scritto.
Per lo più la sua missione sono grandi opere e relative grandi omissioni per colpa, colpa e gravissima colpa. E naturalmente grandi eventi, sportivi politici e internazionali.
Il Commissario, uomo consolare, ordina almeno stadi, centri congressi, alberghi e grandi spazi espositivi; a volte ristruttura grandi aree industriali e insedia new town.


Fiero del proprio ruolo arriva ad affermare che “Un funzionario dello Stato non può sottrarsi dall’essere interlocutore per tutti coloro i quali intendono sviluppare eventuali tecnologie e iniziative finalizzate a dare spazio al ‘made in Italy’ “

Armato del potere antico dell’Edile curule, dispone del lavoro pubblico ed assegna progetti a questo e quello, si approva le varianti e aumenta il budget.
Con il solo aiuto dei subcommissari, Lui disegna la nuova estetica del Paese, chiamando a sé l’archistar internazionale o il segnalato di turno.

Ma quando il Commissario Jedi passa al lato oscuro della forza, accecato dal potere di fare e disfare regole e progetti, si commissaria il Commissario, con Decreto e conversione.
Rimangono per sempre stadi vuoti e piscine non finite, costruzioni belle e abbandonate sulle spiagge, costosissime architewtture sui crinali collinari, tutte così simili ad abusi edilizi.


martedì 18 ottobre 2016



Malaussène in cantiere

di Antonella Flores


Benjamin Malaussène è il famoso protagonista di una serie di romanzi di Daniel Pennac: all’inizio della carriera lavora ai “Grandi Magazzini” e successivamente si trasferisce alle “Edizioni del Taglione”.  
La sua professione  rimane comunque sempre la stessa e cioè quella di capro espiatorio: lui può vivere tranquillamente appartato fino a quando un cliente insoddisfatto va a protestare, per qualunque motivo, in azienda. Allora  Benjamin viene chiamato e gli  viene attribuita la colpa dell’accaduto, per questo viene duramente ripreso, lui piange e la situazione quasi sempre si risolve per la pietà che il nostro eroe suscita nel cliente.

Il Direttore dei lavori è il Malaussène dell’edilizia: quando le cose vanno bene (non molto spesso in verità), nessuno si interessa al povero, anonimo, direttore dei lavori; invece basta una crepa, un qualunque problema anche infimo, perché la competenza del direttore dei lavori venga messa in discussione: nei casi più gravi si aprono le porte dei tribunali in diatribe che vanno avanti anni e possono rovinare un’intera vita professionale.
Perché generalmente nessuno prova pietà per il direttore dei lavori, neanche quando si capisce che la colpa è altrui, spesso dell’impresa o meglio del capocantiere che ne sa sempre di più, esattamente come i committenti.

Certo la colpa originaria è del direttore dei lavori: come si fa a scegliere una professione in cui i mezzi di lavoro principali sono il programma dei lavori e il S.A.L. (stato di avanzamento dei lavori)? Come immaginare qualcosa di meno glamour?
Viene facile pensare che un tipo così nasconda chissà quali colpe.

Ci  sono stati nella storia grandissimi direttori dei lavori, ai quali dobbiamo infinita gratitudine e ai quali dobbiamo sempre pensare nei momenti di delusione: Filippo Brunelleschi, ad esempio, mandò via dal cantiere (e che cantiere!) tutti gli operai che avevano osato dubitare delle sue soluzione tecniche, per poi riprenderli con una paga più bassa.
Ma Brunelleschi era un grande genio, e in lui l’egotismo era naturale.

Anche Jacopo Sansovino, fiorentino pure lui, era un grande genio e veramente “Proto” archistar, nel senso di massimo architetto della repubblica Veneta, a lui successe la più grande disgrazia che può affliggere un direttore dei lavori: fu arrestato nell’esercizio delle sue funzioni.
Nel 1536 Jacopo ebbe l’incarico dalla Repubblica di costruire una “fabbrica” di fronte al Palazzo Ducale che, nell’anno successivo, fu destinata a Libreria. Questo edificio, che possiamo fortunatamente ancora ammirare,  aveva una grande volta nella “sala massima” e nella notte del 18 dicembre 1545 ,ancora in costruzione,  crollò.

Sansovino fu imprigionato, processato e condannato a mille ducati di multa, somma che la Repubblica riteneva necessaria per ricostruire la volta;  lui pagò a rate di cento ducati, e fu sospeso per due anni dall’ufficio. Poco importò se il crollo, probabilmente, fosse dovuto alla lentezza dei lavori e alle temperature troppo basse che compromisero la presa del cemento: in tutti i tempi è stato sempre più sbrigativo individuare il capro espiatorio, meglio se straniero .



martedì 11 ottobre 2016

Le Malebolge, addendum edilizio


Nella Biblioteca nazionale di Firenze, in un in-quarto dell’Inferno della Divina Commedia è stato trovato un foglio libero che sul fronte era coperto di valenti schizzi d’architettura, sul retro riportava il seguente addendum alle Malebolge dantesche.

Accidiosi 
Il vigile urbano che si fa offrire il caffè nel bar abusivo costruito sulla spiaggia; il deputato che vota il condono edilizio perché tanto è l’ultimo; il funzionario che boccia il progetto perché manca una carta; il collaudatore del progetto pubblico che dice all’Impresa il collaudo me lo scriva lei, io firmo.

Epicurei
Tutti gli architetti che credono che il loro ultimo progetto bellissimo debba essere pubblicato per trovare gloria su una rivista femminile, ma non ci abiterebbe mai perché “….la vasca in soggiorno mia moglie non la vuole.”

Scialacquatori
Sindaci e Governatori regionali che hanno speso enormi quantità di denaro pubblico per esibire il loro ego (l’ Io minchia, Gadda dixit) in enormi e futili edifici corredati di eliporto, ma quando sorvolano le periferie hanno da guardare le mail sul palmare

Adulatori e lusingatori
L’archistar internazionale nero-vestita che dichiara in terza pagina il suo amore per la città del Sindaco onde avere l’incarico di disegnare enormi e futili edifici corredati di eliporto, ma quando sorvolano le periferie a fianco del Primo Cittadino hanno anche loro da guardare le mail sul palmare

Usurai
Chi inventa gare di  progettazione delle opere pubbliche al massimo ribasso, scegliendo chi ha fatto il novantanovevirgolanove per cento di sconto sulla parcella, convinti che l’architettura sia opera di carità da destinarsi alla loro sventata amministrazione della cosa pubblica: se poi il progetto fa schifo, è colpa dell'architetto.

Maghi e indovini
Quelli che tra vent’anni la città avrà un milione di abitanti in più; quelli che destinano nel piano urbanistico il venti per cento dei metri quadri all’artigianato, che tornerà protagonista.

Ruffiani e seduttori
Il progettista che garantisce che “…non ci sono problemi in Comune conosco tutti” e “l’assessore è amico mio”.

Barattieri
L’Assessore amico suo che gli da appuntamento fuori dal Consiglio Comunale e intuita la presenza della Guardia di Finanza in borghese, anche a causa dell’antenna della voluminosa radio di servizio che sporge dalla giacca, si rifugia nella libreria e trovato l’interrato cerca di far sparire la mazzetta nel wc disabili.

Ipocriti
I solerti dirigenti del Ministero che scrivono le normative per la rotazione e sorteggio per progetti e collaudi; i solerti dirigenti del Ministero che si auto-assegnano  progetti e collaudi, perché il sorteggio mica riguarda noi.

Ladri
Il progettista che si prende la "mezza" dall’Impresa su materiali e finiture; l’Impresa che rubacchia su materiali e finiture; chi controlla materiali e finiture e dice che va tutto bene.

Consiglieri fraudolenti
I consulenti occulti del Sindaco e dell’Assessore che li inducono a fare la delibera per la grande opera che tanto il finanziatore te l’ho già trovato e intanto vinciaop le elezioni

Seminatori di discordia
Gli esperti di diritto amministrativo che scrivono le norme edilizie ed urbanistiche comprensibili come un papiro in aramaico, piene di commi la cui interpretazione è assai più semplice delle terzine di Nostradamus; il giudice del Consiglio di Stato che si diletta ad interpretarle nei più disparati modi, con il solo fine di contraddire il  collega del TAR, quello lo conosco, era scemo fin dall'Università

Falsari
I progettisti che non si potrebbe fare ma facciamo un contro-soffitto poi lo togliamo, chi se ne accorge; che per fare il cantiere basta il progetto preliminare e in cantiere basta lasciar fare all’Impresa, in qualche modo la risolviamo.

martedì 4 ottobre 2016



IMPERATORI, ASSESSORI, ARCHITETTI E ALTRE AMENITA'

di Antonella Flores

Al termine della vittoriosa campagna d’Italia (1796-1797), il generale Napoleone Bonaparte istituì la Repubblica Cisalpina, con capitale Milano, presa agli austriaci.

Tutti i dittatori, specie se conquistatori, sentono la necessità di lasciare un segno del loro passaggio nelle città, un  marchio come per il bestiame nel West e, naturalmente, i professionisti che lavoravano per “quelli di prima” non vanno mai bene, anche se sono  grandissimi come la proto-archistar Giuseppe Piermarini.
Giuseppe Piermarini venne infatti destituito dalla carica di Architetto di Stato e sostituito da Luigi Canonica, il quale costruì sotto Napoleone decine di edifici e diede a Milano una forma che ha ancora, con il cosiddetto, appunto, Foro Bonaparte.
Ovviamente Canonica fu a sua volta destituito quando la Repubblica Cisalpina, che nel frattempo era diventata Regno d’Italia, cadde, e tornarono gli Austriaci.

Ma Foro Bonaparte esiste ancora e si chiama ancora così e oggi termina in Piazzale Marengo da cui parte via Rivoli: la marchiatura napoleonica resiste ai secoli.
Proprio qui c’è il famoso edificio del Teatro d’Europa dedicato a Giorgio Strehler, il cosiddetto nuovo Piccolo Teatro, progettato dalla pre-archistar  Marco Zanuso.
La storia del progetto del teatro inizia nel 1976 e termina nel 1998, quando il teatro finalmente apre al pubblico: il Comune di Milano, committente dell’opera, ha cambiato nel frattempo cinque sindaci e un commissario straordinario e la città è passata dal Partito Socialista a  Forza Italia e in mezzo c’è stata la Lega Nord.

Zanuso, progettista e direttore dei lavori, non ebbe vita facile in mezzo a questi sconquassi politici e nel 1992, dopo dodici anni di cantiere, venne licenziato in tronco.
Grande artefice di questo licenziamento fu l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Milano, esponente della Lega Nord,   il quale auspicava addirittura la demolizione dell’edificio, secondo lui inutile (si sa che la cultura in certi ambienti non va molto) oltre che, ovviamente, orrendo.

Risultati immagini per OROLOGIO DALìZanuso venne sostituito sia nella direzione dei lavori sia nella progettazione da un ingegnere della Metropolitana Milanese che, per dimostrare la nuova e rinnovata efficienza dell’organizzazione, mise nel giugno 1993 un orologio all’angolo tra Foro Bonaparte e via Rivoli, affinché scandisse le ore dei due anni che, a suo dire, sarebbero bastate a terminare l’opera.
I due anni passarono e l’orologio, a metà del 1995, si fermò: i lavori no, e il teatro aprì circa tre anni dopo.

Evidentemente i problemi erano ben al di là del ruolo e della professionalità del progettista e direttore dei lavori, chiunque fosse: forse, come ebbe modo di scrivere Vittorio Gregotti, potevano essere una conseguenza dell’incapacità dell’ente pubblico di formulare programmi precisi e definiti nei tempi.

Anni più tardi l’ex assessore, che intanto aveva lasciato la Lega Nord, era passato  al PSDI, alla Lega Alpina Lombarda, alla Lega Nuova e aveva fondato l’indimenticata formazione Nordestra, è stato più volte arrestato, anche in diretta televisiva, e ha patteggiato per vari reati, tra cui il più originale è stato il traffico d’armi. Ma questo non gli aveva impedito di dare del “cialtronaccio” ad un grande architetto come Marco Zanuso.

Nell’Ade degli architetti sicuramente Piermarini sfotte Zanuso: almeno lui è stato licenziato da Napoleone.

martedì 27 settembre 2016



ALAN TURING E L'ENIGMISTICA URBANISTICA



Da non confondere con l’acrimonia, l’acronimìa è una malattia molto pericolosa che colpisce le Amministrazioni pubbliche e relative burocrazie, in particolare nei regimi totalitari e nelle democrazie in decadenza.
L’acronimìa consiste nell'arte di creare, produrre e diffondere l’uso di acrònimi allo scopo di confondere il cittadino e renderne imperscrutabili i diritti  occultando le intenzioni della Pubblica Amministrazione.
Meglio di Gladio e Stay Behind.

Perciò è buona regola che ognuna delle migliaia  di  Pubbliche Amministrazioni italiane si dotino ognuna di acronimi differenti così da evitare che il cittadino si faccia furbo e sveli l’arcano.
Questa pratica trova la sua massima espressione in campo urbanistico, dove peraltro il funzionario, nato architetto o ingegnere o geometra, subisce incolpevolmente la trasmutazione in R.U.P, ovvero Responsabile Unico del Procedimento, figura mitica che si dice derivi dall'influenza tarda della N.E.P sovietica.
Ma è falso: infatti si narra che negli anni migliori del suo governo Michail Gorbacev asserì che la glasnost (trasparenza) era applicabile senz'altro in Unione Sovietica ma giammai ai Regolamenti Edilizi italiani.

L’Italia detiene il record mondiale di acronimi edilizi ed urbanistici, atti a definire con sigle differenti la stessa cosa, peraltro comunque incomprensibile, in forma e sostanza.
Accanto alla Stele di Rosetta e alle Tavole Eugubine, troveranno in un futuro lontano lontano....fama e dignità storica le abbreviazioni che regolano il mestiere dell’architettura, di cui segue un sintetico florilegio che è preferibile non provare a sillabare, pena rischio di guasti irreparabili alle corde vocali: pp; pdr;  ic;  dia;  scia;  cia; pdc;  pas;  prgp;  poc;  pis;  pit; pru;  prusst; piau; print; zta; piruea; cil; qtr; reu; pot; pau; ptcp; ptp; ptrg; pru; riurb; pra; scu; nvu; ptu; sit; po pua; qsr; psp; crs; ptrp; rue; poc; ptrg; ptrp; pat pi; prpc; ptpg; pucg; puoc; stu; ppa; drag; puv-pv; pug; vtr; vas; pug e pue; ctru; prg; siter; pud; pdil; pp; peep; pip; pripu; pripr.

Per avere un effetto di geometrica potenza, l’acronimìa deve accompagnarsi a definizioni e descrizioni complesse, con lemmi difficilmente reperibili sul dizionario, cosicché anche il cartello di cantiere, che dovrebbe spiegare ai cittadini cosa si stia realizzando, sarà il più possibile incomprensibile.

Ad esempio nella civile e democratica città detta “la grassa”, ecco comparire un “interventi di RE3/parziale con frazionamento di RE4/parziale con cambio d’uso e utilizzo di una tantum in sagoma con parziale sanatoria”, la cui soluzione sfuggirebbe persino ad Alan Turing che pure risolse i misteri della macchina Enigma.


Uno studio di un’università americana del Minnesota ha  dimostrato che in Italia la qualità dell’architettura  è inversamente proporzionale alla capacità cognitiva di ricordare e conoscere tutte le definizioni urbanistiche ed edilizie, poiché tale pratica induce danni irreparabili all’area del cervello detta Isola di F.L. Wright, che sovrintende all'abilità di disegnare spazi gradevoli e belli.

martedì 20 settembre 2016

DEMOLIZIONI & RIVOLUZIONI di Antonella Flores


Ottenere un incarico professionale d’architettura è difficilissimo: se ci si trova nell'ambito delle opere pubbliche e ci deve essere un concorso, ci sono centinaia di concorrenti e quindi le probabilità di vincerlo sono pochissime, oppure di concorrenti ce ne sono solo tre e forse è ancora peggio.

Oppure il bando è fatto su misura per un amico di un amico, oppure per una svista del sistema vinci ma il secondo fa ricorso e quando si risolve entra nella disputa il terzo e così via.
Comunque poi l’amministrazione cambia.

Quando invece il committente è privato, si è in balia delle circostanze: se è una grande organizzazione e c’è un amministratore delegato, questo quasi sempre è un appassionato di costruzioni e ne sa ovviamente molto più di te e non se ne occupa direttamente solo perché non ne ha il tempo; tale circostanza però non gli impedisce di imperversare in cantiere ordinando fondamentali e fatali varianti in corso d’opera, con la sola motivazione che lo può fare. 
Comunque poi anche lui cambia e il suo sostituto ha ovviamente i suoi professionisti di fiducia e quindi ci si ritrova a rimpiangere un signore il più delle volte odioso e supponente.

Proprio come tante signore per le quali la ristrutturazione l’appartamento è un fatto emotivo ed esistenziale: anche loro sanno tutto, perché la verità è nelle riviste che sfogliano oppure nelle innumerevoli trasmissioni televisive di settore. Anche loro però possono incontrare il professionista che davvero le capisce e, con grande loro rammarico e dolore , scegliere di cambiare architetto, anche se la “stima rimane immutata” oppure “lei non mi ha mai ascoltata”.
Quindi non solo è difficile trovare gli incarichi, ma anche mantenerli.
Forse è per questo che alcuni colleghi, magari stanchi di questo precariato intellettuale, si sono scelti altri sbocchi: negli anni passati abbiamo scoperto l’esistenza degli architetti faccendieri, degli ingegneri collettori di fondi, dei geometri facilitatori eccetera.

Non che nel passato le cose fossero  diverse: i professionisti sono sempre stati vittime non solo del potere, ma anche della storia.
L’otto giugno 1789 un architetto-urbanista, che si chiamava Davy de Chavigueé, portò al re di Francia Luigi XVI un progetto ambizioso: la demolizione della Bastiglia. 

La Bastiglia era un edificio che da anni non piaceva più a nessuno e già cinque anni prima il re aveva chiesto ad un altro apprezzato architetto, Monsieur Lignet, di progettarne la demolizione, per fare posto ad una bella piazza luminosa e ampia. Il progetto però era troppo costoso (altro motivo ricorrente) e quindi non se ne fece nulla.

Il nuovo progetto di Davy de Chavigueé aveva però un importante atout: prevedeva al centro della piazza l’erezione di un monumento a Luigi XVI  il “liberatore”.
Il re ne fu naturalmente entusiasta e diede incarico al ministro delle finanze di reperire i fondi  presso la Cassa per l’abbellimento e il miglioramento della città di Parigi

Il nostro Davy non ebbe neanche il tempo di compiacersi dell’incarico ottenuto: il 14 luglio 1789, poco più di un mese dopo la presentazione del progetto al re,  il popolo di Parigi iniziò gratuitamente la demolizione della Bastiglia, senza progetto.

martedì 13 settembre 2016


Non è un Paese per architetti_2

LA CARTA-NORMA

Ho chiesto ad un amico, famoso architetto, regolare autorizzazione a narrare questa breve storia, assolutamente autentica.

Era in corso una conferenza di servizi[1] per l’approvazione di un progetto di un centro per uffici quando l’Ingegnere Capo del Comune della Capitale intervenne ricordando al mio amico architetto che avrebbe dovuto spostare il parcheggio almeno quindici metri indietro dalla fila di costruzioni che poteva ben vedere dalle  cartografie comunali.

Dopo un attimo di smarrimento, l’architetto si riprese ed estratto l’immancabile palmare potè dimostrare, fotografie alla mano, che l’Ingegnere Capo si sbagliava! La fila di case non esisteva più, era stata demolita da tempo immemore, incassando in questa sua pretesa l’inatteso aiuto del Tecnico dell’Azienda Municipale del Gas, che ricordava che l’assessore tal dei tali ci aveva perso le elezioni, per quella curiosa ansia di demolire.
L’Ingegnere Capo, uomo esperto e di buon senso, non potè che abbozzare: le foto erano nitide, le case non c’erano più. Del resto da quelle parti lui non ci capitava mai e poi la Capitale è immensa, non si può tenere dietro a tutto. Anche se l’assessore demolitore se lo ricordava, ahimè.

“Però….” Disse dopo un attimo l’attempato Ingegnere Capo. Però, non si potrebbe comunque spostare indietro il parcheggio? Sul Piano Regolatore le costruzioni risultano esserci e c’è la fascia di rispetto, così non ci complichiamo le cose.

L’architetto, ingenuo, rispose con un’asserzione terribilmente razionale: ma se le costruzioni non ci sono più non bisognerebbe cancellarle dalle cartografie e spostare la fascia di rispetto?
Fu qui che l’Ingegnere Comunale, con un colpo di genio corredato da un raggio di luce di quelli che squarciano le nuvole nei quadri seicenteschi, espresse la seguente massima, che ogni municipio dovrebbe scolpire all’ingresso degli uffici tecnici perché ogni architetto si regoli di conseguenza e non faccia perdere tempo:
“ Eh no signor mio, architetto” e con un sorriso felice aggiunse “La carta è norma!”

Fu così che il mio povero amico chinò il capo e spostò il parcheggio.

E’ da allora che sogno in modo ricorrente un luogo inaccessibile dove anziani e saggi Ingegneri Capi e Responsabili Unici del Procedimento, governati dai grandi Sacerdoti del Diritto Amministrativo, conservano le mitiche Cartenorme su cui sono disegnate città misteriose e diverse, fatte di costruzioni eterne e destinazioni d’uso immutabili, con strade dove tutti attraversano sulle strisce pedonali e nelle periferie ci sono davvero le fogne, i negozi e i lampioni previsti dal piano di edilizia economica e popolare.


[1] Dicesi Conferenza di servizi una riunione per approvare un progetto a cui partecipano almeno venti persone di una dozzina di Enti – ma la Soprintendenza che dà sempre buca – che finisce sempre col rimandare ad un’altra Conferenza di servizi che rimanda ad un’altra Conferenza di servizi che rimanda ….

martedì 6 settembre 2016

COMITATI IN PELLE DI STRUZZO di Antonella Flores

Gli italiani, si sa, amano i comitati: a fronte di tanti comitati benemeriti, ce ne sono tantissimi il cui unico scopo è quello di contrastare, specialmente quando si tratta di un’opera pubblica, o di interesse pubblico.


Come definire  i comitati di cittadini che si oppongono alla sistemazione delle vie milanesi (con conseguente allargamento dei marciapiedi e abbattimento delle barriere architettoniche), perché temono di non potere più posteggiare sotto casa? 

Forse per definirli basta ricordare una “celebre” manifestazione di qualche anno fa, del comitato per la salvaguardia dei marciapiedi stretti e  della sosta selvaggia in una delle più importanti vie di Milano, che manifestavano, scimmiottando inefficacemente un concerto rock,  brandeggiando le pile di Gucci rivestite in pelle di struzzo che, secondo loro, imitavano la maniera delle luci psichedeliche.

Uno dei più interessanti comitati degli ultimi tempi si è costituito a Milano l’anno scorso quando, in occasione dell’anniversario della nascita di Alberto Burri, lo studio legale NCTM e la Triennale hanno deciso di ricostruire il Teatro Continuo al parco Sempione.

Il Teatro continuo venne realizzato nel 1973 in occasione della XV edizione dell’”Esposizione Internazionale delle arti decorative e industriali moderne e dell’architettura moderna”, la Triennale propriamente detta.


Fu quella un’edizione molto importante, essendo la prima dopo una lunga interruzione e rappresentò una importate uscita sul territorio dei protagonisti dell’arte povera, dei quali furono collocate nel parco, e quindi al di fuori degli spazi che normalmente sono dedicati all’arte, varie opere: quella che a noi interessa fu pensata appunto da uno dei più grandi artisti del novecento, Alberto Burri.

Collocato nel cannocchiale tra l’Arco della Pace e il Castello Sforzesco, aperto, senza muri, con quinte girevoli per non occupare lo spazio visivo e quindi scomparire alla vista, a disposizione di tutti quelli che lo volessero  usare,  venne abbattuto nel 1989 perché degradato per mancanza di manutenzione. Quindi scomparve.

Ma il fatto che questa opera d’arte sia già potuta scomparire senza lasciare traccia, non è stato sufficiente per il “comitato”, che non è chiaro se fosse contrario per motivi estetici o di salvaguardia del parco Sempione. A giudicare dai commenti sul cartello di cantiere, la critica era forse a tutto tondo, con particolare riguardo alla figura dell’artista.

Credo che valga però la pena di farsi una domanda grammaticale: sanno i "comitatisti" cosa sia il partitivo? Ovvero la differenza tra "i milanesi" e "alcuni milanesi"?

martedì 30 agosto 2016

Non è un Paese per architetti_1

L'OMICIDIO DI MONSIEUR MANSART



François Mansart (Parigi 1598 –1666) inventò la mansarda e così abitare il sottotetto divenne un tratto distintivo del barocco francese. Sono passati tre secoli e mezzo e nei nostri uffici tecnici comunali, nei TAR, tra urbanisti e insigni giuristi si discute se e come sia possibile abitare i sottotetti delle città italiane.

Comitati di intellettuali insorgono contro tale orrenda pratica di riuso di ciò che già c’è perché deturpa definitivamente le nostre strade e vedute urbane:il mese successivo lanciano accorati appelli contro il consumo del suolo (giusto!).

Alcune Regioni, dopo estenuanti discussioni in Consiglio, legiferano sui sottotetti, partorendo complicate regole su altezze medie e profili dei tetti, poi vengono modificate dai Comuni, interpretate dagli Uffici Tecnici, integrate dalle Soprintendenze.
Così l’Italia in sottotetto è a macchia di leopardo: qui si può, là no; qui vige la “cappuccina”, là il lucernario, che però il medico dell’Azienda Sanitaria Locale non vuole perché se piove forte non posso aprire la finestra e non ho nemmeno la vista lontana del panorama.

E poi, mi raccomando!, l’altezza minima ma anche la “media ponderale” delle altezze che se non è abbastanza te la risolvo con un cartongesso che riduce sì la superficie, buttando via spazio, ma fa tornare i conti.

Ecco come la buona idea di utilizzare i volumi che già esistono in città diventa un incubo normativo che necessita un anno per  avere un permesso, facendo alchimie nei calcoli di altezza e illuminazione naturale, tra abili trucchi e ricorsi del vicino del piano di sotto.

Invece di incentivare il riuso, armati di ideologia e nessun buon senso, si impedisce la realizzazione di qualche milione di appartamenti a basso costo urbano e nessun impatto ambientale, a cui applicare regole semplici di decoro urbano (come mantenere coerenti le linee di gronda) e di sicurezza (verificare la statica dell’edificio).

Che invidia abbiamo per il vecchio buon Mansart reso famoso dal talento  per i sottotetti, che con la sua matita disegnava la grandeur parigina mentre noi dobbiamo tenere conto che “La distanza di 10 metri tra pareti finestrate stabilita dal D.M. 1444/1968 prevale sulla disciplina regionale eventualmente difforme e va applicata anche in ipotesi di soprelevazione L'art. 9 del D.M. 1444 del 1968, laddove impone l’anzidetta distanza di 10 metri tra parete finestrata e corpo edificato, è norma di ordine generale, prevalente anche sulla disciplina regionale eventualmente difforme, e va pertanto applicata anche a corpi distinti di un’unica costruzione, ivi dunque compresa l’ipotesi di sopraelevazione (cfr. sul punto, ad es., Cass. Civ., Sez. II, 27 marzo 2001 n. 4413)”