Non è un Paese per architetti_8
Edificazioni non sempre edificanti
“ Il sistema più sicuro e rodato per vincere gli appalti è quello di redigere –grazie alla complicità degli amministratori- un bando di gara che assicuri a un’impresa di vincere”, si legge nell’interessante libro di Michele Corradino (braccio destro di Cantone), che chiarisce scientificamente quanto, purtroppo, avevamo già, empiricamente , capito: il malaffare negli appalti dipende dai “bandi fotografia” che, con tecnica sartoriale, vengono costruiti a misura dell’impresa (o professionista) che si vuole fare vincere.
Manca poco che scrivano “alto, biondo, con gli occhi azzurri, un neo sul naso, meglio se si chiama Giovanni”.
Oppure, se il concorso è aperto a tutti e anonimo, è prassi nascondere nel progetto una traccia che solo chi sa riconosce. Poi c’è chi esagera, come nel concorso per la ristrutturazione generale di una celeberrima villa del nord di Milano che doveva diventare la sede di una celeberrima e chiacchierata istituzione pubblica, dove i vincitori avevano già scritto nel progetto: ufficio del governatore F.R., dando così il dovuto risalto ad un fatto secondario per tutti gli altri partecipanti, che infatti hanno perso.
Comunque, anche in questo campo, gli antichi ci insegnano: parliamo del bando di concorso per la progettazione del gran teatro la Fenice di Venezia, pubblicato il primo novembre del 1789, anno fatale, come già sappiamo, anche per gli architetti.
In quel caso, la “disinvoltura” nei confronti delle norme e della prassi, nacque ancora prima del concorso di progettazione che, a fare i pignoli, non si sarebbe neanche potuto indire.
Infatti, per costruire un nuovo teatro, c’era da superare l’ostacolo legislativo che ne proibiva la costruzione di nuovi, già dal 1756: ben piccolo ostacolo per una cordata di tycoon come la “Nobile Società”, composta dal fior fiore del patriziato e della borghesia veneziana.
Quindi, come superare il problema? Con una supplica presentata al Consiglio dei X, e approvata, misericordiosamente, in giornata.
Nello stesso modo furono superati i problemi degli espropri degli edifici da abbattere e dell’approvvigionamento delle somme necessarie per la costruzione.
“Ostacoli giganteschi superati venner tosto dal potere e dall’oro”, scrive Francesco Caffi nel suo libro “Storia della musica teatrale a Venezia”.
Al bando di concorso risposero in ventinove ma, ancora prima che scadessero i termini, l’ambiente cittadino era sommosso dalle dicerie (Dagospia in laguna), che indicavano Giannantonio Selva come il vincitore.
In effetti Giannantonio Selva vinse e, ovviamente, il secondo classificato, Pietro Bianchi, intentò causa alla Società, contestandone la decisione perché, secondo lui, il suo progetto era quello che meglio rispondeva alle richieste del bando.
Come finì è noto: al Bianchi fu assegnato il premio di 300 zecchini, mentre Giannantonio Selva costruì La Fenice.
Vicenda non edificante ma edificatoria








