Mutui geniali
Il giorno di San Valentino del 1921, Gabriele D’Annunzio si
trasferì a Villa Cargnacco, nei pressi di Gardone Riviera: il Vate aveva
cinquantasette anni, era cieco da un occhio, era amareggiato e stanco dopo gli
eccessi e la fine ingloriosa dell’impresa di Fiume, quasi certamente aveva la
sifilide e la droga che assumeva non aiutava certo il suo equilibrio interiore.
Voleva a tutti i costi trovare la tranquillità.
Si trovava quindi nello stato d’animo perfetto per iniziare
la ristrutturazione della sua casa: i lavori durarono per quasi tutti i
diciassette anni restanti della sua vita e trasformarono una modesta casa di
campagna (che all’inizio chiamò La Porziuncola, come la cappella di Assisi e la
casa della Duse a Firenze) in un monumento, il Vittoriale, cioè qualcosa che ha
a che fare con la vittoria. Su che cosa, non si sa.
D’Annunzio acquista la villa , i giardini , gli uliveti e i
limoneti grazie ad un mutuo che non riuscirà mai a restituire: è la sua prima
casa di proprietà . Ha già conosciuto Gian Carlo Maroni, l’architetto che ha
ventotto anni quando inizia a lavorare per D’Annunzio e che gli era stato
presentato da un capitano irredentista; fu assunto con lo scopo di aiutarlo nei
lavori ma in realtà il loro rapporto, in cui il confine tra le richieste del
committente e le risposte progettuali non è assolutamente definito, permise
all’estetica dannunziana di prendere forma, di diventare architettura.
L’architetto visse al Vittoriale dal 1922 e ne divenne Soprintendente nel 1937,
quando dopo la morte di D’Annunzio, divenne fondazione.
La casa è una creazione eccentrica sia per quanto riguarda
gli interni sia per gli edifici: continue citazioni (colonnati che si ispirano
agli acquedotti romani, facciate costellate di stemmi come il palazzo del
Podestà di Arezzo, aquile appollaiate sulle colonne come quelle dei giardini di
Villa d’Este), oggetti evocativi sparsi ovunque (nel giardino i massi prelevati
dai luoghi delle battaglie della prima guerra mondiale, una mitragliatrice
austriaca, un leone di pietra di Sebenico, la prua della nave da guerra Puglia
ricordo dell’epopea fiumana, il MAS della Beffa di Buccari, un idrovolante,
involucri di granate inesplose). All’architetto Maroni viene chiesto di
progettare un portico da dedicare a Michelangelo, un cinema, una cittadella e
viene spedito a Pompei per studiare l’anfiteatro e replicarlo. Ma D’annunzio è
anche un avido lettore di “Domus”: Giò Ponti in persona si occupa del
rifacimento del bagno(!), con pareti di marmo e sanitari blu lapislazzuli.
Ma chi paga tutto questo? Lo stato Italiano, naturalmente.
Mussolini, per tenere lontano da Roma e dalla scena politica
il Vate, e consentirgli un esilio dorato, non esita a usare fondi pubblici per
realizzare un’abitazione privata, anche se donata allo stato già nel 1923, per
liberare il Vate anche dalle spese di manutenzione.
Scandaloso? Certamente. Ma a differenza di sperperi dei
giorni nostri, almeno noi al Vittoriale ci possiamo andare.
Antonella Flores
