sabato 15 aprile 2017

Mutui geniali

Il giorno di San Valentino del 1921, Gabriele D’Annunzio si trasferì a Villa Cargnacco, nei pressi di Gardone Riviera: il Vate aveva cinquantasette anni, era cieco da un occhio, era amareggiato e stanco dopo gli eccessi e la fine ingloriosa dell’impresa di Fiume, quasi certamente aveva la sifilide e la droga che assumeva non aiutava certo il suo equilibrio interiore. Voleva a tutti i costi trovare la tranquillità.
Si trovava quindi nello stato d’animo perfetto per iniziare la ristrutturazione della sua casa: i lavori durarono per quasi tutti i diciassette anni restanti della sua vita e trasformarono una modesta casa di campagna (che all’inizio chiamò La Porziuncola, come la cappella di Assisi e la casa della Duse a Firenze) in un monumento, il Vittoriale, cioè qualcosa che ha a che fare con la vittoria. Su che cosa, non si sa.
D’Annunzio acquista la villa , i giardini , gli uliveti e i limoneti grazie ad un mutuo che non riuscirà mai a restituire: è la sua prima casa di proprietà . Ha già conosciuto Gian Carlo Maroni, l’architetto che ha ventotto anni quando inizia a lavorare per D’Annunzio e che gli era stato presentato da un capitano irredentista; fu assunto con lo scopo di aiutarlo nei lavori ma in realtà il loro rapporto, in cui il confine tra le richieste del committente e le risposte progettuali non è assolutamente definito, permise all’estetica dannunziana di prendere forma, di diventare architettura. L’architetto visse al Vittoriale dal 1922 e ne divenne Soprintendente nel 1937, quando dopo la morte di D’Annunzio, divenne fondazione.

La casa è una creazione eccentrica sia per quanto riguarda gli interni sia per gli edifici: continue citazioni (colonnati che si ispirano agli acquedotti romani, facciate costellate di stemmi come il palazzo del Podestà di Arezzo, aquile appollaiate sulle colonne come quelle dei giardini di Villa d’Este), oggetti evocativi sparsi ovunque (nel giardino i massi prelevati dai luoghi delle battaglie della prima guerra mondiale, una mitragliatrice austriaca, un leone di pietra di Sebenico, la prua della nave da guerra Puglia ricordo dell’epopea fiumana, il MAS della Beffa di Buccari, un idrovolante, involucri di granate inesplose). All’architetto Maroni viene chiesto di progettare un portico da dedicare a Michelangelo, un cinema, una cittadella e viene spedito a Pompei per studiare l’anfiteatro e replicarlo. Ma D’annunzio è anche un avido lettore di “Domus”: Giò Ponti in persona si occupa del rifacimento del bagno(!), con pareti di marmo e sanitari blu lapislazzuli.
Ma chi paga tutto questo? Lo stato Italiano, naturalmente.
Mussolini, per tenere lontano da Roma e dalla scena politica il Vate, e consentirgli un esilio dorato, non esita a usare fondi pubblici per realizzare un’abitazione privata, anche se donata allo stato già nel 1923, per liberare il Vate anche dalle spese di manutenzione.
Scandaloso? Certamente. Ma a differenza di sperperi dei giorni nostri, almeno noi al Vittoriale ci possiamo andare.


Antonella Flores