martedì 27 settembre 2016



ALAN TURING E L'ENIGMISTICA URBANISTICA



Da non confondere con l’acrimonia, l’acronimìa è una malattia molto pericolosa che colpisce le Amministrazioni pubbliche e relative burocrazie, in particolare nei regimi totalitari e nelle democrazie in decadenza.
L’acronimìa consiste nell'arte di creare, produrre e diffondere l’uso di acrònimi allo scopo di confondere il cittadino e renderne imperscrutabili i diritti  occultando le intenzioni della Pubblica Amministrazione.
Meglio di Gladio e Stay Behind.

Perciò è buona regola che ognuna delle migliaia  di  Pubbliche Amministrazioni italiane si dotino ognuna di acronimi differenti così da evitare che il cittadino si faccia furbo e sveli l’arcano.
Questa pratica trova la sua massima espressione in campo urbanistico, dove peraltro il funzionario, nato architetto o ingegnere o geometra, subisce incolpevolmente la trasmutazione in R.U.P, ovvero Responsabile Unico del Procedimento, figura mitica che si dice derivi dall'influenza tarda della N.E.P sovietica.
Ma è falso: infatti si narra che negli anni migliori del suo governo Michail Gorbacev asserì che la glasnost (trasparenza) era applicabile senz'altro in Unione Sovietica ma giammai ai Regolamenti Edilizi italiani.

L’Italia detiene il record mondiale di acronimi edilizi ed urbanistici, atti a definire con sigle differenti la stessa cosa, peraltro comunque incomprensibile, in forma e sostanza.
Accanto alla Stele di Rosetta e alle Tavole Eugubine, troveranno in un futuro lontano lontano....fama e dignità storica le abbreviazioni che regolano il mestiere dell’architettura, di cui segue un sintetico florilegio che è preferibile non provare a sillabare, pena rischio di guasti irreparabili alle corde vocali: pp; pdr;  ic;  dia;  scia;  cia; pdc;  pas;  prgp;  poc;  pis;  pit; pru;  prusst; piau; print; zta; piruea; cil; qtr; reu; pot; pau; ptcp; ptp; ptrg; pru; riurb; pra; scu; nvu; ptu; sit; po pua; qsr; psp; crs; ptrp; rue; poc; ptrg; ptrp; pat pi; prpc; ptpg; pucg; puoc; stu; ppa; drag; puv-pv; pug; vtr; vas; pug e pue; ctru; prg; siter; pud; pdil; pp; peep; pip; pripu; pripr.

Per avere un effetto di geometrica potenza, l’acronimìa deve accompagnarsi a definizioni e descrizioni complesse, con lemmi difficilmente reperibili sul dizionario, cosicché anche il cartello di cantiere, che dovrebbe spiegare ai cittadini cosa si stia realizzando, sarà il più possibile incomprensibile.

Ad esempio nella civile e democratica città detta “la grassa”, ecco comparire un “interventi di RE3/parziale con frazionamento di RE4/parziale con cambio d’uso e utilizzo di una tantum in sagoma con parziale sanatoria”, la cui soluzione sfuggirebbe persino ad Alan Turing che pure risolse i misteri della macchina Enigma.


Uno studio di un’università americana del Minnesota ha  dimostrato che in Italia la qualità dell’architettura  è inversamente proporzionale alla capacità cognitiva di ricordare e conoscere tutte le definizioni urbanistiche ed edilizie, poiché tale pratica induce danni irreparabili all’area del cervello detta Isola di F.L. Wright, che sovrintende all'abilità di disegnare spazi gradevoli e belli.

martedì 20 settembre 2016

DEMOLIZIONI & RIVOLUZIONI di Antonella Flores


Ottenere un incarico professionale d’architettura è difficilissimo: se ci si trova nell'ambito delle opere pubbliche e ci deve essere un concorso, ci sono centinaia di concorrenti e quindi le probabilità di vincerlo sono pochissime, oppure di concorrenti ce ne sono solo tre e forse è ancora peggio.

Oppure il bando è fatto su misura per un amico di un amico, oppure per una svista del sistema vinci ma il secondo fa ricorso e quando si risolve entra nella disputa il terzo e così via.
Comunque poi l’amministrazione cambia.

Quando invece il committente è privato, si è in balia delle circostanze: se è una grande organizzazione e c’è un amministratore delegato, questo quasi sempre è un appassionato di costruzioni e ne sa ovviamente molto più di te e non se ne occupa direttamente solo perché non ne ha il tempo; tale circostanza però non gli impedisce di imperversare in cantiere ordinando fondamentali e fatali varianti in corso d’opera, con la sola motivazione che lo può fare. 
Comunque poi anche lui cambia e il suo sostituto ha ovviamente i suoi professionisti di fiducia e quindi ci si ritrova a rimpiangere un signore il più delle volte odioso e supponente.

Proprio come tante signore per le quali la ristrutturazione l’appartamento è un fatto emotivo ed esistenziale: anche loro sanno tutto, perché la verità è nelle riviste che sfogliano oppure nelle innumerevoli trasmissioni televisive di settore. Anche loro però possono incontrare il professionista che davvero le capisce e, con grande loro rammarico e dolore , scegliere di cambiare architetto, anche se la “stima rimane immutata” oppure “lei non mi ha mai ascoltata”.
Quindi non solo è difficile trovare gli incarichi, ma anche mantenerli.
Forse è per questo che alcuni colleghi, magari stanchi di questo precariato intellettuale, si sono scelti altri sbocchi: negli anni passati abbiamo scoperto l’esistenza degli architetti faccendieri, degli ingegneri collettori di fondi, dei geometri facilitatori eccetera.

Non che nel passato le cose fossero  diverse: i professionisti sono sempre stati vittime non solo del potere, ma anche della storia.
L’otto giugno 1789 un architetto-urbanista, che si chiamava Davy de Chavigueé, portò al re di Francia Luigi XVI un progetto ambizioso: la demolizione della Bastiglia. 

La Bastiglia era un edificio che da anni non piaceva più a nessuno e già cinque anni prima il re aveva chiesto ad un altro apprezzato architetto, Monsieur Lignet, di progettarne la demolizione, per fare posto ad una bella piazza luminosa e ampia. Il progetto però era troppo costoso (altro motivo ricorrente) e quindi non se ne fece nulla.

Il nuovo progetto di Davy de Chavigueé aveva però un importante atout: prevedeva al centro della piazza l’erezione di un monumento a Luigi XVI  il “liberatore”.
Il re ne fu naturalmente entusiasta e diede incarico al ministro delle finanze di reperire i fondi  presso la Cassa per l’abbellimento e il miglioramento della città di Parigi

Il nostro Davy non ebbe neanche il tempo di compiacersi dell’incarico ottenuto: il 14 luglio 1789, poco più di un mese dopo la presentazione del progetto al re,  il popolo di Parigi iniziò gratuitamente la demolizione della Bastiglia, senza progetto.

martedì 13 settembre 2016


Non è un Paese per architetti_2

LA CARTA-NORMA

Ho chiesto ad un amico, famoso architetto, regolare autorizzazione a narrare questa breve storia, assolutamente autentica.

Era in corso una conferenza di servizi[1] per l’approvazione di un progetto di un centro per uffici quando l’Ingegnere Capo del Comune della Capitale intervenne ricordando al mio amico architetto che avrebbe dovuto spostare il parcheggio almeno quindici metri indietro dalla fila di costruzioni che poteva ben vedere dalle  cartografie comunali.

Dopo un attimo di smarrimento, l’architetto si riprese ed estratto l’immancabile palmare potè dimostrare, fotografie alla mano, che l’Ingegnere Capo si sbagliava! La fila di case non esisteva più, era stata demolita da tempo immemore, incassando in questa sua pretesa l’inatteso aiuto del Tecnico dell’Azienda Municipale del Gas, che ricordava che l’assessore tal dei tali ci aveva perso le elezioni, per quella curiosa ansia di demolire.
L’Ingegnere Capo, uomo esperto e di buon senso, non potè che abbozzare: le foto erano nitide, le case non c’erano più. Del resto da quelle parti lui non ci capitava mai e poi la Capitale è immensa, non si può tenere dietro a tutto. Anche se l’assessore demolitore se lo ricordava, ahimè.

“Però….” Disse dopo un attimo l’attempato Ingegnere Capo. Però, non si potrebbe comunque spostare indietro il parcheggio? Sul Piano Regolatore le costruzioni risultano esserci e c’è la fascia di rispetto, così non ci complichiamo le cose.

L’architetto, ingenuo, rispose con un’asserzione terribilmente razionale: ma se le costruzioni non ci sono più non bisognerebbe cancellarle dalle cartografie e spostare la fascia di rispetto?
Fu qui che l’Ingegnere Comunale, con un colpo di genio corredato da un raggio di luce di quelli che squarciano le nuvole nei quadri seicenteschi, espresse la seguente massima, che ogni municipio dovrebbe scolpire all’ingresso degli uffici tecnici perché ogni architetto si regoli di conseguenza e non faccia perdere tempo:
“ Eh no signor mio, architetto” e con un sorriso felice aggiunse “La carta è norma!”

Fu così che il mio povero amico chinò il capo e spostò il parcheggio.

E’ da allora che sogno in modo ricorrente un luogo inaccessibile dove anziani e saggi Ingegneri Capi e Responsabili Unici del Procedimento, governati dai grandi Sacerdoti del Diritto Amministrativo, conservano le mitiche Cartenorme su cui sono disegnate città misteriose e diverse, fatte di costruzioni eterne e destinazioni d’uso immutabili, con strade dove tutti attraversano sulle strisce pedonali e nelle periferie ci sono davvero le fogne, i negozi e i lampioni previsti dal piano di edilizia economica e popolare.


[1] Dicesi Conferenza di servizi una riunione per approvare un progetto a cui partecipano almeno venti persone di una dozzina di Enti – ma la Soprintendenza che dà sempre buca – che finisce sempre col rimandare ad un’altra Conferenza di servizi che rimanda ad un’altra Conferenza di servizi che rimanda ….

martedì 6 settembre 2016

COMITATI IN PELLE DI STRUZZO di Antonella Flores

Gli italiani, si sa, amano i comitati: a fronte di tanti comitati benemeriti, ce ne sono tantissimi il cui unico scopo è quello di contrastare, specialmente quando si tratta di un’opera pubblica, o di interesse pubblico.


Come definire  i comitati di cittadini che si oppongono alla sistemazione delle vie milanesi (con conseguente allargamento dei marciapiedi e abbattimento delle barriere architettoniche), perché temono di non potere più posteggiare sotto casa? 

Forse per definirli basta ricordare una “celebre” manifestazione di qualche anno fa, del comitato per la salvaguardia dei marciapiedi stretti e  della sosta selvaggia in una delle più importanti vie di Milano, che manifestavano, scimmiottando inefficacemente un concerto rock,  brandeggiando le pile di Gucci rivestite in pelle di struzzo che, secondo loro, imitavano la maniera delle luci psichedeliche.

Uno dei più interessanti comitati degli ultimi tempi si è costituito a Milano l’anno scorso quando, in occasione dell’anniversario della nascita di Alberto Burri, lo studio legale NCTM e la Triennale hanno deciso di ricostruire il Teatro Continuo al parco Sempione.

Il Teatro continuo venne realizzato nel 1973 in occasione della XV edizione dell’”Esposizione Internazionale delle arti decorative e industriali moderne e dell’architettura moderna”, la Triennale propriamente detta.


Fu quella un’edizione molto importante, essendo la prima dopo una lunga interruzione e rappresentò una importate uscita sul territorio dei protagonisti dell’arte povera, dei quali furono collocate nel parco, e quindi al di fuori degli spazi che normalmente sono dedicati all’arte, varie opere: quella che a noi interessa fu pensata appunto da uno dei più grandi artisti del novecento, Alberto Burri.

Collocato nel cannocchiale tra l’Arco della Pace e il Castello Sforzesco, aperto, senza muri, con quinte girevoli per non occupare lo spazio visivo e quindi scomparire alla vista, a disposizione di tutti quelli che lo volessero  usare,  venne abbattuto nel 1989 perché degradato per mancanza di manutenzione. Quindi scomparve.

Ma il fatto che questa opera d’arte sia già potuta scomparire senza lasciare traccia, non è stato sufficiente per il “comitato”, che non è chiaro se fosse contrario per motivi estetici o di salvaguardia del parco Sempione. A giudicare dai commenti sul cartello di cantiere, la critica era forse a tutto tondo, con particolare riguardo alla figura dell’artista.

Credo che valga però la pena di farsi una domanda grammaticale: sanno i "comitatisti" cosa sia il partitivo? Ovvero la differenza tra "i milanesi" e "alcuni milanesi"?