DEMOLIZIONI & RIVOLUZIONI di Antonella Flores
Ottenere un incarico professionale d’architettura è difficilissimo: se ci si trova nell'ambito delle opere pubbliche e ci deve essere un concorso, ci sono centinaia di concorrenti e quindi le probabilità di vincerlo sono pochissime, oppure di concorrenti ce ne sono solo tre e forse è ancora peggio.
Oppure il bando è fatto su misura per un amico di un amico, oppure per una svista del sistema vinci ma il secondo fa ricorso e quando si risolve entra nella disputa il terzo e così via.
Comunque poi l’amministrazione cambia.
Quando invece il committente è privato, si è in balia delle circostanze: se è una grande organizzazione e c’è un amministratore delegato, questo quasi sempre è un appassionato di costruzioni e ne sa ovviamente molto più di te e non se ne occupa direttamente solo perché non ne ha il tempo; tale circostanza però non gli impedisce di imperversare in cantiere ordinando fondamentali e fatali varianti in corso d’opera, con la sola motivazione che lo può fare.
Comunque poi anche lui cambia e il suo sostituto ha ovviamente i suoi professionisti di fiducia e quindi ci si ritrova a rimpiangere un signore il più delle volte odioso e supponente.
Proprio come tante signore per le quali la ristrutturazione l’appartamento è un fatto emotivo ed esistenziale: anche loro sanno tutto, perché la verità è nelle riviste che sfogliano oppure nelle innumerevoli trasmissioni televisive di settore. Anche loro però possono incontrare il professionista che davvero le capisce e, con grande loro rammarico e dolore , scegliere di cambiare architetto, anche se la “stima rimane immutata” oppure “lei non mi ha mai ascoltata”.
Quindi non solo è difficile trovare gli incarichi, ma anche mantenerli.
Forse è per questo che alcuni colleghi, magari stanchi di questo precariato intellettuale, si sono scelti altri sbocchi: negli anni passati abbiamo scoperto l’esistenza degli architetti faccendieri, degli ingegneri collettori di fondi, dei geometri facilitatori eccetera.
Non che nel passato le cose fossero diverse: i professionisti sono sempre stati vittime non solo del potere, ma anche della storia.
L’otto giugno 1789 un architetto-urbanista, che si chiamava Davy de Chavigueé, portò al re di Francia Luigi XVI un progetto ambizioso: la demolizione della Bastiglia.

La Bastiglia era un edificio che da anni non piaceva più a nessuno e già cinque anni prima il re aveva chiesto ad un altro apprezzato architetto, Monsieur Lignet, di progettarne la demolizione, per fare posto ad una bella piazza luminosa e ampia. Il progetto però era troppo costoso (altro motivo ricorrente) e quindi non se ne fece nulla.
Il nuovo progetto di Davy de Chavigueé aveva però un importante atout: prevedeva al centro della piazza l’erezione di un monumento a Luigi XVI il “liberatore”.
Il re ne fu naturalmente entusiasta e diede incarico al ministro delle finanze di reperire i fondi presso la Cassa per l’abbellimento e il miglioramento della città di Parigi
Il nostro Davy non ebbe neanche il tempo di compiacersi dell’incarico ottenuto: il 14 luglio 1789, poco più di un mese dopo la presentazione del progetto al re, il popolo di Parigi iniziò gratuitamente la demolizione della Bastiglia, senza progetto.
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