lunedì 8 maggio 2017

Non è un Paese per architetti: Storia dell’architettura italiana in 1700 battute, spazi inclusi


In primis fu Vel Rafi, architetto calvo ed etrusco che disegnò le belle porte delle mura perugine.
Poi i romani, come i giapponesi, impararono dagli altri (i greci), migliorando le tecniche e così furono i fasti architettonici dell’urbe con innovativi archi e cupole.
Come oggi negli USA, gli esperimenti militari diventano la pratica civile: così venne il cardo e il decumano, la centuriazione e l’urbanistica. Gente pratica, con la basilica e il circo inventarono nuove destinazioni d’uso.
Scesi in campo i barbari, si mischiano razze e culture ma sono ancora gli italici, schiavi ma colti, a battezzare il fiorire del “romanico” e con un clamoroso cambio d’uso le basiliche da “terziario-commerciale” diventano chiese. Poi ridisegnano il gotico, adattandolo alla gentilezza del paesaggio italiano.
Con il concorso fiorentino per le porte del Battistero, Brunelleschi perde ma diventa famoso: il giovane talento disegna la cupola del Duomo fiorentino e dà il via al Rinascimento.
E Raffaello, Leon Battista Alberti, Donato Bramante, i Sangallo, Leonardo fioriscono dal concime della nostra civiltà: non ce n’è per nessuno, è già Made in Italy. Tutte le corti europee ammirano, sospirano invidiose e desiderano l’architettura italiana.
Di cupola in cupola: ecco San Pietro e un altro genio, Michelangelo, e poi Palladio a sigillare il trionfo.
Firenze, Venezia, Roma non smettono di distillare bellezza pura, Italia e architettura sono sinonimi.
Bernini e Borromini tra dispetti ed odio reciproco inventano e reinventano: non perdiamo colpi, la bellezza si allarga a macchia d’olio da Torino a Lecce, a Noto. Chiese, palazzi, città intere. Poi le grandi regge, che i francesi non sanno fare di meglio, piazze e strade ridisegnano i centri storici.
Tutta Europa guarda all’Italia, ne invidia l’architettura rappresentazione di potere, cultura, ricchezza, civiltà. Gli americani, appena nati, non ne parliamo: ammirano e copiano ed è tutto un “palladiare” tra palazzi governativi e villoni a colonnati.
Goethe inventa il “grand tour”, Stendhal diventa svenevole davanti a tanta bellezza.
Siamo serie B politica, ma non rinunciamo all’architettura bella a gloria dei Borboni, di Maria Teresa o di Napoleone, un altro che fa un brand dell’italiana classicità.
Scavalchiamo un ottocento provinciale con qualche brillante talento, facciamo la nostra parte nell’art nouveau e poi, di nuovo, è arrembaggio culturale con Sant’Elia e il futurismo. Quando il Duce fa il mecenate della giovane architettura incappa in una generazione unica con Terragni, Libera e poi  Michelucci e Giò Ponti.
Guerra, distruzione, ricostruzione e altre generazioni di genio tra Albini e Carlo Scarpa fino ad Aldo Rossi, il post moderno e infine Renzo Piano.
Nel frattempo ci si inventa il design, per non perdere la mano, e “l’italian style” è ancora quello che abbacinava i barbari armati fino ai denti, i re che venivano a chiedere soldi alle banche fiorentine, i pellegrini alla vista della Roma papale, i romanzieri pallidi e nordici a Spaccanapoli, i giovani architetti americani a Como, davanti alla Casa del Fascio, fino ai quattrocentomila che affollano il Salone del Mobile.
E’ per questi duemilacinquecento anni di storia e gloria che la politica italiana pratica l’appalto integrato e l’edilizia, i condoni e le leggi obiettivo, e sta ben attenta che la parola architettura non sia mai lontanamente nominata in alcuna legge o politica o anche solo in un talk show per farsi belli in periodo elettorale.