Non è un Paese per architetti: Storia dell’architettura italiana in 1700 battute, spazi inclusi
In primis fu Vel Rafi,
architetto calvo ed etrusco che disegnò le belle porte delle mura perugine.
Poi i romani, come i giapponesi,
impararono dagli altri (i greci), migliorando le tecniche e così furono i fasti
architettonici dell’urbe con innovativi archi e cupole.
Come oggi negli USA, gli
esperimenti militari diventano la pratica civile: così venne il cardo e il
decumano, la centuriazione e l’urbanistica. Gente pratica, con la basilica e il
circo inventarono nuove destinazioni d’uso.
Scesi in campo i barbari, si
mischiano razze e culture ma sono ancora gli italici, schiavi ma colti, a battezzare
il fiorire del “romanico” e con un clamoroso cambio d’uso le basiliche da
“terziario-commerciale” diventano chiese. Poi ridisegnano il gotico,
adattandolo alla gentilezza del paesaggio italiano.
Con il concorso fiorentino per
le porte del Battistero, Brunelleschi perde ma diventa famoso: il giovane
talento disegna la cupola del Duomo fiorentino e dà il via al Rinascimento.
E Raffaello, Leon Battista
Alberti, Donato Bramante, i Sangallo, Leonardo fioriscono dal concime della
nostra civiltà: non ce n’è per nessuno, è già Made in Italy. Tutte le corti
europee ammirano, sospirano invidiose e desiderano l’architettura italiana.
Di cupola in cupola: ecco San
Pietro e un altro genio, Michelangelo, e poi Palladio a sigillare il trionfo.
Firenze, Venezia, Roma non
smettono di distillare bellezza pura, Italia e architettura sono sinonimi.
Bernini e Borromini tra
dispetti ed odio reciproco inventano e reinventano: non perdiamo colpi, la
bellezza si allarga a macchia d’olio da Torino a Lecce, a Noto. Chiese,
palazzi, città intere. Poi le grandi regge, che i francesi non sanno fare di
meglio, piazze e strade ridisegnano i centri storici.
Tutta Europa guarda
all’Italia, ne invidia l’architettura rappresentazione di potere, cultura,
ricchezza, civiltà. Gli americani, appena nati, non ne parliamo: ammirano e
copiano ed è tutto un “palladiare” tra palazzi governativi e villoni a
colonnati.
Goethe inventa il “grand
tour”, Stendhal diventa svenevole davanti a tanta bellezza.
Siamo serie B politica, ma non
rinunciamo all’architettura bella a gloria dei Borboni, di Maria Teresa o di
Napoleone, un altro che fa un brand dell’italiana classicità.
Scavalchiamo un ottocento
provinciale con qualche brillante talento, facciamo la nostra parte nell’art
nouveau e poi, di nuovo, è arrembaggio culturale con Sant’Elia e il futurismo.
Quando il Duce fa il mecenate della giovane architettura incappa in una generazione
unica con Terragni, Libera e poi
Michelucci e Giò Ponti.
Guerra, distruzione,
ricostruzione e altre generazioni di genio tra Albini e Carlo Scarpa fino ad
Aldo Rossi, il post moderno e infine Renzo Piano.
Nel frattempo ci si inventa il
design, per non perdere la mano, e “l’italian style” è ancora quello che
abbacinava i barbari armati fino ai denti, i re che venivano a chiedere soldi
alle banche fiorentine, i pellegrini alla vista della Roma papale, i romanzieri
pallidi e nordici a Spaccanapoli, i giovani architetti americani a Como,
davanti alla Casa del Fascio, fino ai quattrocentomila che affollano il Salone
del Mobile.
E’ per questi
duemilacinquecento anni di storia e gloria che la politica italiana pratica
l’appalto integrato e l’edilizia, i condoni e le leggi obiettivo, e sta ben
attenta che la parola architettura non sia mai lontanamente nominata in alcuna
legge o politica o anche solo in un talk show per farsi belli in periodo
elettorale.
