Malaussène in cantiere
di Antonella Flores
Benjamin Malaussène è il famoso protagonista di una serie di
romanzi di Daniel Pennac: all’inizio della carriera lavora ai “Grandi Magazzini”
e successivamente si trasferisce alle “Edizioni del Taglione”.
La sua professione rimane comunque sempre la stessa e cioè quella
di capro espiatorio: lui può vivere tranquillamente appartato fino a quando un
cliente insoddisfatto va a protestare, per qualunque motivo, in azienda. Allora
Benjamin viene chiamato e gli viene attribuita la colpa dell’accaduto, per
questo viene duramente ripreso, lui piange e la situazione quasi sempre si
risolve per la pietà che il nostro eroe suscita nel cliente.
Il Direttore dei lavori è il Malaussène dell’edilizia:
quando le cose vanno bene (non molto spesso in verità), nessuno si interessa al
povero, anonimo, direttore dei lavori; invece basta una crepa, un qualunque
problema anche infimo, perché la competenza del direttore dei lavori venga
messa in discussione: nei casi più gravi si aprono le porte dei tribunali in
diatribe che vanno avanti anni e possono rovinare un’intera vita professionale.
Perché generalmente nessuno prova pietà per il direttore dei
lavori, neanche quando si capisce che la colpa è altrui, spesso dell’impresa o
meglio del capocantiere che ne sa sempre di più, esattamente come i
committenti.
Certo la colpa originaria è del direttore dei lavori: come
si fa a scegliere una professione in cui i mezzi di lavoro principali sono il
programma dei lavori e il S.A.L. (stato di avanzamento dei lavori)?
Come immaginare qualcosa di meno glamour?
Viene facile pensare che un tipo così nasconda chissà quali
colpe.
Ci sono stati nella
storia grandissimi direttori dei lavori, ai quali dobbiamo infinita gratitudine
e ai quali dobbiamo sempre pensare nei momenti di delusione: Filippo Brunelleschi,
ad esempio, mandò via dal cantiere (e che cantiere!) tutti gli operai che
avevano osato dubitare delle sue soluzione tecniche, per poi riprenderli con
una paga più bassa.
Ma Brunelleschi era un grande genio, e in lui l’egotismo era
naturale.
Anche Jacopo Sansovino, fiorentino pure lui, era un grande
genio e veramente “Proto” archistar, nel senso di massimo architetto della
repubblica Veneta, a lui successe la più grande disgrazia che può affliggere un
direttore dei lavori: fu arrestato nell’esercizio delle sue funzioni.
Nel 1536 Jacopo ebbe l’incarico dalla Repubblica di
costruire una “fabbrica” di fronte al Palazzo Ducale che, nell’anno successivo,
fu destinata a Libreria. Questo edificio, che possiamo fortunatamente ancora
ammirare, aveva una grande volta nella
“sala massima” e nella notte del 18 dicembre 1545 ,ancora in costruzione, crollò.
Sansovino fu imprigionato, processato e condannato a mille
ducati di multa, somma che la Repubblica riteneva necessaria per ricostruire la
volta; lui pagò a rate di cento ducati,
e fu sospeso per due anni dall’ufficio. Poco importò se il crollo,
probabilmente, fosse dovuto alla lentezza dei lavori e alle temperature troppo
basse che compromisero la presa del cemento: in tutti i tempi è stato sempre
più sbrigativo individuare il capro espiatorio, meglio se straniero .

