Il palco del potere
Appena cinque anni dopo l’inaugurazione del Teatro La Fenice, la Repubblica di Venezia si arrende, senza neanche provare a
combattere, alle truppe francesi di Napoleone Bonaparte: l’accostamento di
questi due eventi spiega chiaramente lo straniamento dei più autorevoli
cittadini veneziani dalla situazione politica europea in divenire, e sull’orlo
di sanguinosi cambiamenti.
Nulla sfugge alla storia, figuriamoci un’opera
d’architettura: ma in questo caso le avventure occorse a Gian Antonio Selva e
al suo progetto incarnano veramente la travagliata fine dell’antico regime.
Il giovanotto ricevette infatti, dopo un concorso non
proprio trasparente, l’incarico di progettare il teatro ma l’opera fu subito al
centro di furibonde polemiche, forse anche per i fondati sospetti di brogli della
giuria: dato che i concorsi scelgono l’opera e non il progettista, fu proprio
la costruzione ad essere oggetto di riserve: dalla posizione dell’accesso alla platea
eccentrica all’ingresso del teatro, alla posizione della sala da ballo sul
piano del secondo ordine di palchi invece che del primo e tante altre ancora.
Al pubblico prevenuto ovviamente non piacque neanche l’opera
inaugurale , “I giochi d’Agrigento” del conte Alessandro Pepoli, musicato da
Giovanni Paisiello, che andò in scena il 16 maggio 1792, durante la Fiera della
Sensa; il fatto che unificava era però,
come si legge nelle cronache, che:
“tutti i 174 palchi componenti questo teatro, sono simili perfettamente”, in
questo testimoni dell’ideale del teatro repubblicano. Ancora per poco.
La Fenice divenne
rapidamente luogo di rappresentanza della città, al servizio del padrone di
turno, e quindi si ascoltava l’inno patriottico in onore della guardia civica
durante il periodo della Municipalità provvisoria (14 settembre 1797), la
cantata “L’eroe” in occasione del “felice ingresso delle truppe imperiali in
Venezia” nel 1798, finché nel dicembre 1807 il teatro dovette prepararsi alla
visita di un illustre ospite, Napoleone Bonaparte, diventato imperatore.
La sala fu addobbata in celeste e argento secondo il
nuovissimo stile Impero e, al fine di accogliere l’imperatore in maniera
adeguata, si costruì una loggia provvisoria.
L’anno dopo il solito Selva ricevette l’incarico di
costruire un palco imperiale fisso (utilizzando ben sei palchetti) e si ripensò
alla decorazione della sala in senso napoleonico, bandendo un concorso che fu
vinto da un progetto in cui il trionfo di Apollo sul cocchio attorniato dalle
muse alludeva spudoratamente al nuovo potere.
Piacque tanto a Klemens von Metternich che, nella sua veste
di nuovo signore, assistette ad uno spettacolo il 16 dicembre 1822.
Il palco imperiale venne abolito durante i moti del 1848, in
quanto simbolo dell’oppressione austriaca, ma i sei palchi egualitari ricostruiti
durarono molto poco: il 22 agosto 1849, ritornato l’imperial-regio governo
austriaco, fu ordinato di ricostruire la loggia nella forma precedente.
Proclamata la Repubblica il 18 giugno 1946, lo stemma
monarchico sparì e tornò il Leone di San Marco.
Sic transit gloria mundi.

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