sabato 25 febbraio 2017

Il palco del potere


Appena cinque anni dopo l’inaugurazione del  Teatro La Fenice,  la Repubblica di  Venezia si arrende, senza neanche provare a combattere, alle truppe francesi di Napoleone Bonaparte: l’accostamento di questi due eventi spiega chiaramente lo straniamento dei più autorevoli cittadini veneziani dalla situazione politica europea in divenire, e sull’orlo di sanguinosi cambiamenti.

Nulla sfugge alla storia, figuriamoci un’opera d’architettura: ma in questo caso le avventure occorse a Gian Antonio Selva e al suo progetto incarnano veramente la travagliata fine dell’antico regime.

Il giovanotto ricevette infatti, dopo un concorso non proprio trasparente, l’incarico di progettare il teatro ma l’opera fu subito al centro di furibonde polemiche, forse anche per i fondati sospetti di brogli della giuria: dato che i concorsi scelgono l’opera e non il progettista, fu proprio la costruzione ad essere oggetto di riserve:  dalla posizione dell’accesso alla platea eccentrica all’ingresso del teatro, alla posizione della sala da ballo sul piano del secondo ordine di palchi invece che del primo e tante altre ancora.

Al pubblico prevenuto ovviamente non piacque neanche l’opera inaugurale , “I giochi d’Agrigento” del conte Alessandro Pepoli, musicato da Giovanni Paisiello, che andò in scena il 16 maggio 1792, durante la Fiera della Sensa;  il fatto che unificava era però, come  si legge nelle cronache, che: “tutti i 174 palchi componenti questo teatro, sono simili perfettamente”, in questo testimoni dell’ideale del teatro repubblicano.  Ancora per poco.

La Fenice  divenne rapidamente luogo di rappresentanza della città, al servizio del padrone di turno, e quindi si ascoltava l’inno patriottico in onore della guardia civica durante il periodo della Municipalità provvisoria (14 settembre 1797), la cantata “L’eroe” in occasione del “felice ingresso delle truppe imperiali in Venezia” nel 1798, finché nel dicembre 1807 il teatro dovette prepararsi alla visita di un illustre ospite, Napoleone Bonaparte, diventato imperatore.
La sala fu addobbata in celeste e argento secondo il nuovissimo stile Impero e, al fine di accogliere l’imperatore in maniera adeguata, si costruì una loggia provvisoria.

L’anno dopo il solito Selva ricevette l’incarico di costruire un palco imperiale fisso (utilizzando ben sei palchetti) e si ripensò alla decorazione della sala in senso napoleonico, bandendo un concorso che fu vinto da un progetto in cui il trionfo di Apollo sul cocchio attorniato dalle muse alludeva spudoratamente al nuovo potere.

Piacque tanto a Klemens von Metternich che, nella sua veste di nuovo signore, assistette ad uno spettacolo il 16 dicembre 1822.
Il palco imperiale venne abolito durante i moti del 1848, in quanto simbolo dell’oppressione austriaca, ma i sei palchi egualitari ricostruiti durarono molto poco: il 22 agosto 1849, ritornato l’imperial-regio governo austriaco, fu ordinato di ricostruire la loggia nella forma precedente.

Proclamata la Repubblica il 18 giugno 1946, lo stemma monarchico sparì e tornò il Leone di San Marco.

Sic transit gloria mundi.





Nessun commento:

Posta un commento